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Dalla piazza a Pornhub: la politica cambia spazio (e rischia di perdere senso)

C’è un punto in cui la comunicazione politica smette di essere solo strategia e diventa sintomo. Ed è esattamente lì che si colloca la scelta – destinata a far discutere – di un candidato sindaco di Chieti, esponente del centrosinistra, che ha deciso di portare la propria campagna elettorale su piattaforme come Pornhub e app di incontri.

Una mossa che, a una prima lettura, potrebbe sembrare solo provocatoria, quasi una trovata creativa per “bucare” il rumore di fondo. Ma fermarsi a questo livello sarebbe un errore di analisi. Perché qui non siamo davanti a una semplice operazione di marketing politico, ma a un cambio di paradigma nella relazione tra politica, media e società.

Per anni, la politica ha costruito il proprio consenso nei luoghi fisici dell’aggregazione. Le piazze, i mercati, i bar, le sezioni di partito: erano questi gli spazi in cui si intercettava l’elettorato, si costruiva relazione, si consolidava fiducia. Ogni contesto aveva il suo linguaggio, ogni comunità il suo codice. La comunicazione era, prima di tutto, un esercizio di ascolto e adattamento.

Poi quei luoghi si sono progressivamente svuotati. Non perché le persone abbiano smesso di relazionarsi, ma perché hanno cambiato spazio. Oggi l’aggregazione è diffusa, frammentata, spesso invisibile. Non si entra più in piazza, si entra in una piattaforma. Non si passa dal bar, si scorre un feed. E in questo slittamento, anche i confini tra pubblico e privato si sono fatti sempre più sottili.

Dai manifesti al feed: la nuova logica della strategia politica 

In questo scenario, la scelta di utilizzare app di incontri o piattaforme come Pornhub può essere letta come un’estremizzazione di una logica già consolidata: andare dove sono le persone. Se ieri il consenso si costruiva tra un caffè e una discussione al bancone, oggi si prova a intercettare tra uno swipe e un contenuto consumato in solitudine. Dove prima c’era il bar, oggi ci sono piattaforme che, pur nate per un uso privato, si trasformano di fatto in nuovi luoghi pubblici.

Ma è proprio qui che il tema si complica.

Perché quando la politica entra in questi spazi, non si limita a cambiare canale: cambia postura. E questo apre una doppia lettura. Da un lato, si potrebbe interpretare come un’evoluzione inevitabile, una comunicazione che segue i comportamenti delle nuove generazioni, sempre meno presenti nei luoghi fisici e sempre più immerse in ambienti digitali. Dall’altro lato, però, emerge una dimensione più critica: quella di una politica che, per inseguire l’attenzione, rischia di adottare i codici dell’intrattenimento più estremo.

E qui il richiamo a figure come Cetto Laqualunque non è casuale. Se un tempo rappresentava la caricatura di una politica populista e grottesca che si muoveva nelle piazze, oggi quella stessa logica sembra essersi spostata altrove. Non più sotto un palco, ma dentro ambienti digitali dove la provocazione diventa la leva principale per emergere. Se prima faceva da padrone nelle piazze, oggi sembra essersi trasferito nei luoghi più controversi del digitale, compresi quelli legati al dating e all’intrattenimento per adulti.

Attribuire questa scelta a un orientamento politico specifico sarebbe una semplificazione. Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di sistema. La pressione a emergere, a generare attenzione, a trasformare ogni messaggio in contenuto virale riguarda trasversalmente tutto il panorama politico.

Presidiare o snaturarsi: il vero bivio

La domanda, a questo punto, non è se questa sia una scelta giusta o sbagliata. È più strutturale: siamo davanti a una nuova fase della comunicazione politica o a un cortocircuito comunicativo?

Perché c’è una differenza sostanziale tra presidiare un luogo e snaturarsi per adattarsi a quel luogo. Nel primo caso si costruisce una strategia. Nel secondo si rincorre l’attenzione. E il rischio è evidente: nel tentativo di intercettare un pubblico sempre più sfuggente, la politica potrebbe perdere la propria riconoscibilità, diventando indistinguibile dal resto dell’ecosistema digitale.

Quello che appare certo è che la trasformazione è già in atto. Le campagne elettorali non sono più lineari, ma ibride, contaminate, spesso spinte al limite. E continueranno a evolversi, perché cambiano le persone, cambiano i linguaggi, cambiano i contesti.

Resta da capire se questa evoluzione porterà a una maggiore capacità di dialogo con le nuove generazioni o se, al contrario, segnerà un ulteriore allontanamento tra politica e credibilità. Perché se è vero che i luoghi cambiano, è altrettanto vero che non tutti i linguaggi sono intercambiabili, e non tutti gli spazi sono neutri.

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Debora Pasero

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