Quando si tenta di zittire una generazione digitale, il risultato è un’esplosione. Il 9 settembre in Nepal è caduto il Governo, travolto da rivolte nate dal divieto di 26 social media, segno che oggi il controllo della comunicazione pesa più delle promesse elettorali.
Martedì infatti , il Primo Ministro del Nepal si è ufficialmente dimesso dopo che uno scontro violento tra manifestanti “Gen Z” e la polizia, avvenuto lunedì, ha causato 19 morti. I disordini civili hanno portato al vandalismo delle case dei politici e all’incendio di edifici governativi, a seguito della decisione del governo di vietare quasi una trentina di applicazioni di social media.
Ovviamente ci sono anche altre ragioni alla base della distruzione, tra queste la stanchezza dei giovani verso la corruzione e il nepotismo all’interno del governo. Tuttavia, il fatto che un divieto sui social media possa così rapidamente degenerare in un collasso governativo è un concetto che merita di essere studiato di per sé.
La vicenda, al di là della cronaca, apre infatti un interrogativo cruciale: quanto il controllo della comunicazione possa incidere sugli equilibri politici e sociali di un Paese.
Chi controlla i media, controlla la narrazione
«Chi controlla i media, controlla la mente», affermava Jim Morrison, anchorman dei Doors. L’idea sembra riecheggiare nelle motivazioni che hanno spinto il governo nepalese a vietare le piattaforme: costringere le aziende digitali a registrarsi ufficialmente presso lo Stato. Secondo un rapporto di Channel 4, il governo nepalese avrebbe scelto di bandire le app perché le aziende non avevano accettato di registrarsi ufficialmente presso il governo.
Ma in un contesto già segnato da sfiducia e corruzione, quel divieto è stato percepito come un tentativo di oscurare le voci indipendenti, privando i giovani della loro principale fonte di informazione.
La reazione violenta dimostra come i social media non siano più soltanto strumenti di intrattenimento, ma infrastrutture comunicative essenziali, capaci di tenere insieme o far collassare un intero sistema politico.
Social media come piazza pubblica globale
Per Gen Z e Millennial, piattaforme come TikTok e YouTube sono ormai la fonte primaria di notizie. In queste piazze digitali si mescolano giornalismo tradizionale, testimonianze dirette e contenuti generati dagli utenti. È la democratizzazione dell’informazione: ciò che i media tradizionali tralasciano, spesso trova voce online.
Ma questa apertura porta con sé anche criticità: assenza di codici etici, proliferazione di fake news, algoritmi che privilegiano l’engagement rispetto alla veridicità.
Secondo dati recenti, app come TikTok e YouTube sono rapidamente diventate la principale fonte di notizie per Gen Z e Millennial. Questo cambiamento di paradigma ha dato voce a tutti, portando alla luce ciò che i media tradizionali potrebbero scegliere di trascurare; d’altra parte, l’obiettivo principale di queste aziende resta generare profitto, quindi il giornalismo etico non è sempre una priorità.
Il bello, il brutto e il cattivo
Come già accennato, dare a tutti una piattaforma ha davvero democratizzato le notizie. Chi utilizza piattaforme come X (ex Twitter), TikTok o YouTube assiste spesso alle notizie del mondo in tempo reale. Sia la guerra in Ucraina che il genocidio del popolo palestinese vengono trasmessi in tutto il mondo non solo da giornalisti professionisti, ma anche da chi lo vive in prima persona.
Non c’è modo di nascondersi agli occhi dei social media. Tuttavia, affidarsi a filmati grezzi e a una serie di influencer per comprendere il mondo che ci circonda comporta inevitabili svantaggi. Per esempio, queste persone non sono tenute a rispettare un codice etico o l’integrità giornalistica. Le app social, pur avendo termini e condizioni, hanno un unico obiettivo: mantenere gli utenti coinvolti. Per questo motivo, fake news e contenuti sensazionalistici tendono a proliferare e a diffondersi come un incendio. Chi diffonde odio, razzismo e misoginia spesso ottiene più visualizzazioni, commenti e traffico, il che porta a contratti pubblicitari più redditizi e, di conseguenza, a più denaro.
Comunicazione, potere e conseguenze reali
I social media non restano quindi confinati nello spazio digitale. Lo dimostra il caso statunitense dell’influencer di destra Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre durante un evento nello Utah: un fatto che ricorda come opinioni estreme, amplificate dagli algoritmi, possano avere ricadute drammatiche nel mondo reale.
Kirk si era fatto un nome dibattendo con studenti universitari su questioni divisive. Aveva pronunciato molte dichiarazioni radicali e incendiarie, considerate da molti razziste, sessiste e omofobe. Sebbene nessuna opinione possa mai giustificare un’azione così violenta, l’attacco fatale è un duro promemoria dell’effetto concreto che notizie e social media possono avere nel mondo reale.
Il nodo resta dunque sempre lo stesso: la comunicazione è potere. E quando i governi cercano di spegnere quella voce, come accaduto in Nepal, il rischio è che il conflitto esploda con conseguenze incontrollabili.
Il futuro delle notizie tra etica e algoritmi
Non si torna indietro: se le proteste in Nepal hanno dimostrato qualcosa, è che i social media sono qui per restare. Tuttavia, possiamo ancora scegliere di usarli e consumarli in modo etico.La sfida è dunque un’altra: ricostruire un ecosistema dell’informazione che sia credibile, verificabile e trasparente, capace di distinguere fatti da opinioni e di valorizzare il giornalismo etico in un mondo governato dagli algoritmi.È importante seguire account affidabili, trasparenti riguardo ai propri bias e alle proprie convinzioni, ma capaci di riportare le notizie in modo obiettivo. La propaganda può diffondersi facilmente sui social, tutti i Governi, soprattutto i totalitarismi, hanno sempre saputo quanto gestire l’informazione sia determinante, ed è per questo che distinguere i fatti dalle opinioni è cruciale.


