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Se la memoria fosse davvero viva, ci farebbe paura

Ogni anno, la Giornata della Memoria ci ricorda un passato che sembra lontanissimo. Lo celebriamo con cerimonie, fiaccolate, discorsi solenni.  

Ma se siamo onesti con noi stessi, la memoria così come la viviamo è spesso addomesticata: comoda, rassicurante e compatibile con le nostre coscienze tranquille. È una memoria che non disturba, che non mette in discussione le nostre vite quotidiane, i nostri privilegi, le nostre narrazioni consolanti. Una memoria vera, invece, ci farebbe paura.

Memoria da divano: il dramma visto da lontano 

Una memoria davvero viva non riguarda solo il passato: riguarda il presente. Ci costringerebbe a confrontarci con le nostre omissioni, con le nostre complicità silenziose. Quanto ci sentiamo disturbati oggi, quando davanti ai telegiornali scorrono immagini di guerre, fame, persecuzioni? Gaza, l’Ucraina, gli Stati Uniti: sappiamo che c’è un dramma, ma per molti di noi si traduce in un dato statistico, in un feed da scorrere, in una notizia di cui parlare e poi dimenticare. Spettatori, lontani dall’urgenza di intervenire. 

La memoria viva, quella che fa male, obbliga a confrontarci con la nostra indifferenza di tutti i giorni. Non è solo un problema morale: è un problema di comunicazione traducibile in Slacktivism. Questa forma di “attivismo da poltrona” è il sintomo di una cultura che ha addomesticato la memoria. Richiede, infatti, un impegno reale minimo, che dà, però, la sensazione di fare qualcosa di utile o importante. Dalla firma di una petizione online alla condivisione di un contenuto; dal commento lasciato sotto a un post al semplice “like” per mostrare solidarietà, senza che si compia alcuna azione concreta.

La popolarità dello Slacktivism deriva dalla gratificazione immediata dell’utente: ti fa sentire impegnato e “bravo cittadino”, senza che tu debba rischiare, uscire dalla tua comfort zone o modificare le tue abitudini. 

Il male silenzioso della normalità

Il male non urla. Parla come tutti. Le tragedie nascono dai mostri, certo, però l’accettazione della quotidianità così com’è, senza mettere in discussione sistemi, privilegi, linguaggi e comportamenti, fa il suo. 

È inquietante pensare che ci sia chi trae beneficio da questa versione addomesticata della memoria. Una memoria che consola, che non provoca colpe, che ci permette di sentirci giusti senza agire lascia una verità scomoda fuori dalla porta.

Ma fino a che punto possiamo continuare a celebrare il passato atroce senza guardare al presente che ripete dinamiche simili, anche se in forme diverse?

Il meccanismo è sottile: ci convinciamo che ciò che accade lontano da noi è inevitabile o impossibile da cambiare. «È troppo complicato», «È politica», «C’è sempre stato e ci sarà sempre». 

Così scrolliamo, chiudiamo le pagine dei social, torniamo ai nostri divani e ai nostri comfort. Ma è proprio questo silenzio, questa distanza, che rende possibile il ripetersi del male, anche in piccole forme quotidiane: linguaggi che escludono, discriminazioni che passano inosservate, indifferenze che permettono violenze silenziose di continuare.

Ricordare non è compassione senza rischio

Se la memoria fosse davvero viva, ci farebbe paura perché ci chiederebbe responsabilità, non solo commemorazione. Ci metterebbe davanti alla scelta: guardare o voltarsi dall’altra parte. Perché ricordare non significa soltanto onorare le vittime di ieri; significa interrogarsi su chi siamo oggi, su come comunichiamo, su come lasciamo che la distanza e l’indifferenza diventino strumenti del male. 

Forse è per questo che la memoria addomesticata è così intrinseca nella vita delle persone. Permette di sentire dolore senza agire, compatire senza rischiare, indignarsi senza sporcarsi le mani. Se invece vogliamo che la memoria abbia senso, dobbiamo accettare che faccia male, che disturbi, che ci renda complici se restiamo immobili. 

La memoria vera non è una fiaccola da guardare da lontano: è un faro che illumina ciò che stiamo trascurando, qui e ora.

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Vittoria Savino

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